I laboratori

Alla Finestra

Conduce:

Corps Citoyen


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Il laboratorio

Cosa osservi dalla tua finestra? Qual'è il tuo orizzonte più lontano? Che cosa succederebbe se domani trovassi un altro orizzonte a delimitare il tuo sguardo? Il laboratorio vuole indagare la possibilità di attraversare le frontiere attraverso racconti capaci di cambiare fisicamente le prospettiva. Attraverso un lavoro che mette al centro il corpo individuale e collettivo, il laboratorio indagherà il concetto di frontiera, proponendo al gruppo attraversamenti e slittamenti di immaginario, grazie all’utilizzo di tecniche corporee ma anche pittoriche, visive e immaginifiche. Una sperimentazione che vede la finzione come elemento rivoluzionario, che possa rompere i dispositivi di potere che articolano il rapporto Nord-Sud attraverso frontiere geopolitiche ed, al tempo stesso, umane. Un piccolo esercizio di finzione per proiettarsi al di là del muro: paesaggi tunisini ed italiani saranno allora protagonisti di slittamenti e inversioni, evocando racconti e spazi che frantumano la violenza della cartografia della frontiera.

Per attori e attrici, danzatori, danzatrici, musicisti, amanti del teatro e curiosi. Per ragazzi e adulti, per un massimo di 20 persone.
Collectif Corps Citoyen è un collettivo artistico pluridisciplinare nato tra Tunisi e Milano nel 2013. L’attuale gruppo di lavoro italo-tunisino è composto da giovani professionisti nell’ambito del teatro e dell’arte: Rabii Brahim, attore e musicista; Lilia Ben Romdhane, poetessa ed architetto; Alessandro Rivera Magos, ricercatore antropologo e fotografo; Francesca Cogni, artista visiva e videomaker; Anna Serlenga, regista e ricercatrice. Il collettivo si è riunito intorno all'idea di fare del "teatro fisico" uno strumento di resistenza, di cambiamento, di conoscenza e divertimento. Agire nella società artisticamente per la cittadinanza. Corps Citoyen perché il punto focale della nostra ricerca è l’attivazione di una riflessione per il cambiamento sociale attraverso il potenziale espressivo del teatro e Scrivi per inserire testo in specifico del corpo, territorio di battaglia politica e spazio di resistenza creativa insieme. Il primo spettacolo MOUVMA!Nous, qui avons encore 25 ans è stato prodotto nel 2013/2014 tra Tunisi e Milano. Lo spettacolo è stato semifinalista al Premio Scenario 2013 ed è vincitore del premio Mouvin’Up II sessione 2012 ed è stato in seguito presentato in numerose rassegne e festival tra l’Europa e la Tunisia ( Milano (IT), Zona K rassegna Plei (K)ei; Napoli, (IT) Teatro Stabile di Innovazione Galleria Toledo, rassegna “Stazioni d’emergenza”; Palermo (IT), Teatro Libero, rassegna “Presente Futuro”; Torino (IT), Fringe Festival 2015; Birmingham (UK), BE festival 2015; Tunisi (TN) Le Rio, El Teatro, Ibn Rachiq – Forum Social Mondial 2015), e premiato a “Stazioni d’Emergenza” (Teatro Stabile d’Innovazione Galleria Toledo di Napoli, 2014), dove viene menzionato per “l’impegno civile, l’originale ricerca estetica e la bravura dei tre giovani interpreti Aymen Mejri, Saoussen Babba e Rabii Brahim” e al festival internazionale BE FESTIVAL 2015 (23-28 giugno 2015, Birmingham UK) dove ha meritato la menzione speciale della giuria “per il coraggio e la condivisione”. Dopo l’esperienza maturata con il primo progetto, il collettivo ha lavorato al progetto multidisciplinare partecipato, “El Aars. Un matrimonio” che è stato rappresentato in diverse Biennali (JAOU - Nation Migrante 2017; DREAMCITY FESTIVAL 2017). Attualmente, il gruppo ha all’attivo due progetti inediti: #Commons, dispositivo di ricerca nomade, che verrà messo in opera in 5 città del bacino mediterraneo Nord e Sud (Algeri, Marsiglia, Milano, Palermo, Berlino) e Kabinet Photographique Imaginaire, uno studio di posa immaginifico che produrrà cartoline dalla città ideale, realizzato per utopian Nights Festival ad agosto 2018 (Malta _ Valletta 2018)
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Ubu Re

Conduce:

Teatro delle Albe / IAC


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Il laboratorio

Nel laboratorio si partirà da un testo della tradizione teatrale, quest’anno Ubu re di Alfred Jarry, l’opera che più di tutti ha segnato il teatro novecentesco, imponendosi per la novità del linguaggio e la visione del mondo. Un testo grottesco e visionario, una sorta di Macbeth shakespeariano in versione di farsa per burattini, in cui i temi della violenza, del potere e della stupidità vengono ribaltati con straordinaria libertà e ferocia. Con la non-scuola lo si attraverserà, scaravolterà, e “metterà in vita” attraverso l’improvvisazione, utilizzando oscenità, canzoni, selvatichezze, dialetti, gerghi, ombre, cattiverie, ribaltamenti, sogni. La non-scuola è infatti caratterizzata da una pratica semplice ed efficace come l’ascolto, il dialogo, la considerazione che tutte le diversità linguistiche ed etniche vadano ricondotte alla medesima generosità e fame di vita dell’adolescente, e che il medesimo testo “classico” (in cui sono sedimentate le pulsioni di intere epoche) possa parlare lingue diverse a seconda del contesto che lo adotta e lo rivive.

Ragazzi e ragazze dai 15 ai 25 anni.
"La non-scuola non si chiamava così, ma esisteva già dal ’91, quando alle Albe venne assegnata la direzione del Rasi. Marco e Maurizio Lupinelli cominciarono a tenere dei laboratori teatrali nei licei. All’inizio vi parteciparono solo quaranta studenti, che poi per contagio, anno dopo anno, divennero dieci volte tanti, coinvolgendo tutte le scuole della città. Non andavamo a insegnare. Il teatro non si insegna. Andavamo a giocare, a sudare insieme. Come giocano i bambini su un campetto da calcio, senza schemi né divise, per il puro piacere del gioco, come capita ormai di vederli solamente in Africa, a piedi nudi sulla sabbia, o nel sud d’Italia: al nord è raro, i più sono irrigimentati a copiare il calcio dei "grandi", soldi e televisione. In quel piacere ci sono una purezza e un sentimento del mondo che nessun campionato miliardario può dare. La felicità del corpo vivo, la corsa, le cadute, la terra sotto i piedi, il sole, i corpi accaldati dei compagni, l’essere insieme, orda, squadra, coro, comunità, la sfera-mondo che volteggia e per magia finisce dentro la rete. Scuola e teatro sono stranieri l’uno all’altra, e il loro accoppiamento è naturalmente mostruoso. Il teatro è una palestra di umanità selvatica e ribaltata, di eccessi e misura, dove si diventa quello che non si è; la scuola è il grande teatro della gerarchia e dell’imparare per tempo a essere società…" (tratto da L’Apocalisse del molto comune, di Marco Martinelli e Ermanna Montanari in Jarry 2000, Ubulibri, Milano, 2000).
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Karawane

A cura di:

Menoventi


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Il laboratorio

Dalla combinazione casuale di diverse scene nasce un esperimento che richiama Il cadavere squisito del dadaismo. Lo spettacolo sarà frutto del lavoro di alcuni attori professionisti e non, che partecipano a un laboratorio della durata di circa quattro giorni. Questi attori, suddivisi a coppie, riproporranno brevissimi frammenti di opere del vasto repertorio teatrale e cinematografico, senza distinzione di epoca, stile, genere. Nella seconda parte, che coinvolgerà attivamente il pubblico nel rimescolamento delle coppie, si svilupperanno incroci, coincidenze e casualità che, come i baffi sulla Gioconda, potranno rivitalizzare il senso di tutte le scene già viste, dandogli una nuova prospettiva.

Per attori e attrici, danzatori, danzatrici, musicisti, amanti del teatro e curiosi. Per ragazzi e adulti, per un massimo di 20 persone.
Per Menoventi il tessuto della realtà e le sue infinite increspature sono materia di lavoro, luogo denso in cui agire l’attore e i suoi strumenti. -20 sono i gradi del “termometro alla rovescia” che scandisce la sua ricerca: un percorso che avanza per sottrazione, rubando al pubblico tutto ciò che possiede per sentirsi al sicuro nel buio della sala. Il lavoro della compagnia faentina, nata nel 2004 dall’incontro tra Consuelo Battiston, Gianni Farina e Alessandro Miele, si muove in questa direzione, attraversando i confini della rappresentazione, abitando radicalmente il teatro fino a traboccare fuori dalla sua cornice. L’esordio con In festa (2005) segna già la vocazione di Menoventi all’indagine sulla percezione della realtà, che in questo caso si svolge nella messa in scena di un’attesa senza fine, ambientata nella cucina dove una coppia aspetta invano gli ospiti per la cena, mentre giungono doni imprevisti e frammenti di corpi a far visita. Il vero senso di ogni ricerca sta nel suo movimento incessante: ogni spettacolo diventa per lo spettatore una lente deformante sul mondo, uno strumento in grado di mettere in discussione ogni relazione tra le cose, e primo fra tutti il patto finzionale che intercorre tra scena e platea. Ma è in Semiramis (2008) che la ricerca sui possibili livelli che si aprono tra realtà e finzione entra nel lavoro, generando un monologo stratificato, di cui Consuelo Battiston porta con grande abilità il carattere surreale e spaesante. La figura della regina assira, passata attraverso il barocco di Calderón de la Barca, diventa qui il punto d’intersezione fra l’ambiguità del potere e quella della rappresentazione. InvisibilMente (2008) si gioca tutto sul confine fra il teatro e il suo “doppio”, ovvero la realtà: due maschere occupano ripetutamente il palcoscenico, rimandando ogni volta l’inizio di uno spettacolo che forse è già cominciato, mentre invisibili pensieri si rivelano sullo schermo alle loro spalle, sprofondando lo svelamento nella rappresentazione di sé stesso. In Postilla (2009) un solo spettatore alla volta è invitato a vendere la propria anima al diavolo per assistere a uno spettacolo di cui poi diventerà protagonista, in un gioco di piani a incastro, che nel 2011 è diventato calembour sonoro nel radiodramma Il contratto. Con gli ultimi lavori i Menoventi sembrano introdursi sempre di più nel fondo di labirintiche questioni. L’uomo della sabbia (2011), tratto dall’omonimo racconto di E.T.A. Hoffmann è un’autentica fabbrica di illusioni: come di fronte a un’incisione di Escher, è lo sguardo dello spettatore che deve spostarsi, scomporsi e reinventarsi continuamente. Gli appigli familiari vengono celati o trasformati, mentre in trasparenza emergono i confini dentro i quali ogni prospettiva è costretta, le cornici nelle cornici in cui precipita all’infinito la nostra percezione della realtà. Concepito per Santarcangelo 41, Perdere la faccia (2011) è un lavoro realizzato con la complicità di Daniele Ciprì e si rivela come radicale indagine sul potere della menzogna.
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Building my Stage

Conduce:

IAC


Il laboratorio

Building my stage è un progetto nato nel 2016 dalla collaborazione tra IAC e l’associazione Tolbà e che negli anni, attraverso laboratori teatrali, ha valorizzato capacità dei minori migranti e fornito competenze da impiegare nello spettacolo dal vivo. All’interno del festival proponiamo un laboratorio per acquisire competenze tecniche: montaggio e illuminotecnica. Attraverso incontri teorici e pratici legati agli spettacoli e alle performance che si alterneranno nelle giornate del festival. Il laboratorio è dedicato ai ragazzi ospiti delle comunità alloggio per minori stranieri non accompagnati dei progetti SPRAR e FAMI e realizzato con Tolbà e Il Sicomoro.

IAC si occupa di promozione e produzione teatrale. Nasciamo nel 2010 in una strada al confine tra la città antica e quella nuova e nasciamo dal desiderio del teatro, della possibilità di incontro, ascolto e sguardo che il teatro crea. Nei nostri percorsi proponiamo una modalità di lavoro collaborativa in cui tutti possono trovare il giusto spazio per praticare le proprie attitudini ed abilità. Ci piace dialogare con l’infanzia e la maturità, con il centro e la periferia, con il limite e la possibilità, con la realtà e l’immaginario. Alla qualità artistica affianchiamo un’ attenzione specifica al sociale: sperimentare, imparare, scambiare, includere, fare parte di un processo collettivo sono i temi che accomunano i nostri percorsi.
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Il mondo salvato dai ragazzini

Conduce:

IAC


Il laboratorio

Cambiare un poco il mondo che abbiamo intorno, costruire situazioni più aperte, nuove occasioni per sentirsi liberi. Vogliamo esplorare con i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, cosa significa resistere e disubbidire, con forza e fantasia; scoprire se ci sono pratiche pacifiche per opporsi a regole ingiuste, sentirsi meglio e più protagonisti nel processo di cambiamento di quello che ci circonda.

per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni
IAC si occupa di promozione e produzione teatrale. Nasciamo nel 2010 in una strada al confine tra la città antica e quella nuova e nasciamo dal desiderio del teatro, della possibilità di incontro, ascolto e sguardo che il teatro crea. Nei nostri percorsi proponiamo una modalità di lavoro collaborativa in cui tutti possono trovare il giusto spazio per praticare le proprie attitudini ed abilità. Ci piace dialogare con l’infanzia e la maturità, con il centro e la periferia, con il limite e la possibilità, con la realtà e l’immaginario. Alla qualità artistica affianchiamo un’ attenzione specifica al sociale: sperimentare, imparare, scambiare, includere, fare parte di un processo collettivo sono i temi che accomunano i nostri percorsi.
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